Cambiamento

A coloro che non hanno il coraggio di cambiare (don Tonino Bello, Pasqua 1990)


Carissimi,

Qualche volta le parole difficili, invece che complicare le cose, aiutano a capirle. Se non altro, perché incuriosiscono. La parola azzimi è una di quelle. Ricordo che per le sue allusioni a misteriose usanze da beduini provavo sempre fastidio ogni volta che durante la messa di Pasqua ricorreva l’oscuro invito di San Paolo a celebrare la festa « con azzimi di sincerità e di verità » (I Cor 5,7,8).. Ma che cosa sono questi “azzimi”, finche un giorno mi sono deciso ad approfondire la cosa e la scoperta dei significati nascosti sotto quel termine mia ha così arricchito che oggi la faccenda degli azzimi costituisce il pezzo forte delle mie omelie di Pasqua. Dunque dovete sapere che quando arrivava la primavera e con la raccolta dell’orzo nuovo cominciava il nuovo anno agricolo gli ebrei nomadi per arcaiche consuetudini eliminavano il vecchio lievito conservato nella madia.

Anzi proprio per il bisogno di inaugurare un nuovo ciclo vitale distruggevano ogni antico fermento che si trovasse nelle case. Un’esercitazione senza dubbio meno pericolosa di certe nostre consuetudini di gettar via dalla finestra nella notte di capodanno piatti e stoviglie che non servono più. Sicchè per una settimana mangiavano pane azzimo, senza lievito appunto. Una specie di simbolismo per dire anno nuovo, vita nuova. Una gran voglia di ricominciare tutto daccapo, senza tener conto del passato, una smania collettiva di rigenerarsi radicalmente. Un traboccamento di entusiasmi vergini che eliminasse tutte le croste della decrepitezza antica, un accredito euforico, se volete, alla buona volontà di imboccare strade diverse. Una decisione forte di romperla con le vecchie storie di ambiguità e di dolore. Poi per gli ebrei è venuto il momento dell’esodo dall’Egitto, accede in una notte di primavera proprio nel periodo in cui si mangiavano gli azzimi e la faccenda del pane senza lievito si è caricata di un altro significato. Pane senza lievito perché per il precipitare degli avvenimenti, nella notte della liberazione non si è avuto il tempo di far fermentare la pasta. Gli azzimi quindi sono i pani non lievitati, che nel richiamo di San Paolo vogliono indicare due cose: la novità di vita e la rapidità con cui vanno prese certe decisioni. 

Chi solo allora gli interlocutori di questo mio messaggio pasquale? Per un verso tutti colo che non hanno il coraggio di cambiare, che non sanno staccarsi dal modulo, i prigionieri dello schema, i nostalgici del passato, i cultori della ripetizione, i refrattari al fascino della novità, i professionisti dello status quo.

Per un altro verso, coloro che sono lenti nelle scelte. Gli specialisti della perplessità. I contabili pedanti dei pro e dei contro. I calcolatori guardinghi fino allo spasimo prima di muoversi. Gli irresoluti fino alla paranoia prima di prendere una decisione. Gli ossessionati dal dubbio, perennemente incerti se mettersi in cammino.

Ce l’ho con te, Mario, che non hai voluto confessarti, perché non te la sei sentita di rompere quella relazione disonesta che sta rovinando la tua famiglia.

Ce l’ho con te, Antonello, fratello inquieto, che cambi mille esperienze e rimani sempre insoddisfatto perché non hai capito che non è il cambio della farina a darti la pace interiore, ma la decisione di non introdurvi neppure un frustolo del lievito antico.

Ce l’ho con te, Gigi, che hai girato le comunità di mezza Italia, e benché ti sia stata offerta tante volte la possibilità di seppellire il passato e di riscrivere tutto in bella, hai fallito di nuovo per quella maledetta riserva di fermenti antichi che ti porti dentro, infinitamente più perniciosa della busta di eroina che ti hanno trovato addosso e per la quale ti hanno sbattuto fuori l’ennesima volta.

Ce l’ho con te, Gina, che non hai il coraggio di uscire dall’ambiguità, e ti rifiuti di staccare la presa da quell’assurda passione. Ieri mi hai detto che non sai farne a meno, e che aspetti tempi nuovi perché le cose cambino. Ma sai bene che i tempi nuovi sono come la pasta: se ci metti dentro il lievito vecchio, si perpetuerà il tormento di sempre.

Ce l’ho con te, chiesa che ho l’onore di servire, ma che fai tanta fatica a consegnarti al vento dello Spirito, così desideroso di rinnovare la faccia della terra. C’è ancora molta prudenza nelle tue scelte pastorali. Fai eccessivo affidamento sui tuoi vecchi reperti. Ti lasci troppo irretire dalla paura del cambio. E dai l’impressione di non esserti del tutto liberata dalla cautela di ricorrere ai fermenti mondani del potere e della gloria.

Ce l’ho con voi, uomini della politica, che, a dispetto delle vostre declamazioni di principi, vi tramandate da una legislatura all'altra moduli arcaici di gestione, al punto che non sapete rinnovare neppure una lista di nomi. Non saranno nè le riforme istituzionali, nè la metamorfosi degli stemmi di partito a garantire quelle svolte di cui parlate da secoli: finché introdurrete nelle vostre pianificazioni tanto lievito antico, avremo tutto il diritto di dubitare della vostra sincerità di rinnovamento. Ce l’ho con voi, uomini della cultura, che intuite il precipitare delle cose, ma siete lenti. Avete coscienza che stiamo vivendo la notte di un grande «passaggio», ma vi attardate a lasciar fermentare la pasta nella madia. Percepite il passaggio dell’angelo sterminatore, ma ve la prendete con calma. Distinguete meglio degli altri il clamore degli oppressi, ma ne rallentate l’avventura di liberazione. E invece che accelerare l’esodo verso la terra promessa con accenti profetici, ne frenate la corsa con le vostre prudenze notarili.

E ce l’ho anche con me che non mi son liberato del vecchio lievito di lamentarmi perfino nel giorno di Pasqua. E fosse solo questa la fune che mi lega agli ormeggi del mio passato di peccatore.

Sia pure in extremis, però, voglio recuperare tutta la speranza che irrompe da quella «creazione nuova» che è il Corpo risuscitato di Gesù, e dirvi con gioia: coraggio, non temete! Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: “Le cose vecchie sono passate: ecco, ne sono nate di nuove”.

Cambiare è possibile. Per tutti. 

Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia.

Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro pesante passato.

Non per nulla, noi la celebriamo spezzando quel pane azzimo che vuole essere per tutti simbolo e...fermento di novità.

+ Don Tonino Bello (15 aprile 1990)

 

                               Desiderio

Io scelgo tutto! (S. Teresa di Lisieux, Storia di un'anima)

Un giorno Leonia, pensando di essere troppo grande per giocare con la bambola, venne da noi due con un paniere pieno di vestiti e di pezzetti belli di stoffa per farne altri; su queste ricchezze stava distesa la bambola. «Prendete, sorelline, scegliete, vi do tutto». Celina allungò la mano e prese un pacchetto di gale che le piacevano. Io riflettei un attimo, poi anch'io allungai la mano e dissi: «Io scelgo tutto!», e presi il paniere senza tanti complimenti; quelli che assistevano alla scenetta trovarono la cosa molto giusta, e la stessa Celina non si sognò di protestare (bisogna dire che i giocattoli non le mancavano, il suo padrino la colmava di regali, e Luisa trovava il modo di procurarle tutto quello che desiderava). Questo minimo tratto della mia infanzia è il riassunto di tutta la vita mia; più tardi, quando la perfezione mi apparve, capii che, per diventare una santa, bisognava soffrir molto, cercar sempre il più perfetto e dimenticar se stessi; capii che ci sono molti gradi nella perfezione, e che ciascun'anima è libera di rispondere agli inviti di Nostro Signore, di far poco o molto per lui, insomma di scegliere tra i sacrifici che egli chiede. Allora, come ai giorni della mia prima infanzia, esclamai: «Dio mio, scelgo tutto. Non voglio essere una santa a metà, non ho paura di soffrire per Voi, temo una cosa sola, cioè di conservare la mia volontà: prendetela, perché scelgo tutto quello che Voi volete...».

 

                                Libertà

Tu non scendesti dalla croce, di Fëdor Dostoevskij

Tu non scendesti dalla croce,

quando per schernirti e per provocarti ti gridavano:

"Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio tu!".

Non scendesti perché, anche questa volta,

non volesti rendere schiavo l'uomo con un miracolo,

perché avevi sete

di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo.

Avevi sete di amore libero,

non dei servili entusiasmi dello schiavo

davanti al padrone potente

che lo ha terrorizzato una volta per sempre.

 

                                 Coraggio

Giovannino Guareschi, La paura continua in Id., Mondo piccolo. Don Camillo, Milano, Rizzoli & C., marzo 1948, pp. 312-313

Era già sera tarda e don Camillo stava dandosi da fare nella chiesa deserta. Aveva rizzata una scaletta sull'ultimo gradino dell'altare. Nel legno di un braccio della croce si era aperta una crepa, lungo la venatura, e don Camillo, stuccata la crepa, stava ora tingendo con un po' di vernice il gesso bianco della stuccatura. Ad un tratto sospirò, e il Cristo gli parlò sommesso.

"Cos'hai, don Camillo? Da qualche giorno mi sembri affaticato. Ti senti poco bene? Che sia un po' d'influenza?"

"No, Gesù", confessò senza alzare la testa don Camillo. "È paura." "Tu hai paura? E di che mai?"

"Non lo so: se sapessi di che cosa ho paura non avrei più paura" rispose don Camillo. "C'è qualcosa che non va, qualcosa sospeso nell'aria, qualcosa da cui non posso difendermi. Venti uomini che mi aggrediscono con lo schioppo in pugno non mi fanno paura: mi seccano perché sono venti e io sono solo e senza schioppo. Se io mi trovo in mezzo al mare e non so nuotare penso: fra un minuto affogherò come un pulcino. E allora, mi dispiace molto, ma non provo paura. Quando su un pericolo si può ragionare non si prova paura. La paura è per i pericoli che si sentono ma non si conoscono. È come se camminassi a occhi bendati su una strada sconosciuta. Brutta faccenda."

"Non hai più fede nel tuo Dio, don Camillo?"

"Da mihi animam, caetera tolle. L'anima è di Dio, i corpi sono della terra. La fede è grande, ma questa è una paura fisica. La mia fede può essere immensa, ma se sto dieci giorni senza bere, ho sete. La fede consiste nel sopportare questa sete accettandola a cuore sereno come una prova impostaci da Dio. Gesù, io sono pronto a sopportare mille paure come questa per amor vostro. Però ho paura."

Il Cristo sorrise. "Mi disprezzate?"

"No, don Camillo, se tu non avessi paura, che valore avrebbe il tuo coraggio?"

 

                                Felicità

 

Fabio Volo, Il Volo del Mattino

E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.

Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi... la felicità non è quella che affanosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente,... non è quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari... la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.

Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose...

...e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi, e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.

E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.

E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami..

E impari che c'è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'è  qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese, nonostante il tuo volere o il tuo destino, in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston.

E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

 

Incontro

Incontrare Gesù, di Henri J. M. Nouwen

Tu cerchi il modo di incontrare Gesù. Cerchi di incontralo non solo con la mente, ma anche nel tuo cuore. Ricerchi il suo affetto, e sai che questo affetto implica tanto il suo cuore quanto il tuo. Ma rimane in te qualcosa che impedisce questo incontro.

Vi sono ancora tanta vergogna e tanta colpa incrostate nel tuo cuore, che bloccano la presenza di Gesù. Non ti senti pienamente a tuo agio nel tuo cuore; lo guardi come se non fosse un luogo abbastanza buono, abbastanza bello o abbastanza puro per incontrare Gesù.

Quando guardi con attenzione alla tua vita, vedi quanto sia stata afflitta dalla paura. Non riuscirai ad incontrare Gesù finché il tuo cuore rimane pieno di dubbi e di paure. Gesù viene a liberarti da questi legami e a creare in te uno spazio nel quale puoi stare con lui. Egli vuole che vivi la libertà dei figli di Dio.

Non disperarti, pensando di non poter cambiare te stesso dopo tanti anni. Entra semplicemente come sei alla presenza di Gesù. Tu non puoi renderti diverso. Gesù viene a darti un cuore nuovo, uno spirito nuovo, una nuova mente e un nuovo corpo. Lasciati trasformare dal suo Amore solo così sarai capace di ricevere il suo affetto nell'interezza del tuo essere.